Di Marco Consolo
(Santiago del Cile, 18-4-2026) –
Queste note hanno l’obiettivo di offrire una visione generale del sub-continente e dei suoi rapporti attuali con gli Stati Uniti, con alcuni approfondimenti sulle politiche di impatto continentale. Non entrano, quindi, nel merito delle dinamiche di tutti i Paesi.
In un mondo attraversato da guerre e tensioni geopolitiche e caratterizzato dall’incertezza sul futuro, la transizione planetaria ha modi e tempi incerti. Viceversa, la cruda e certa realtà è che siamo tornati a un’era caratterizzata da politiche in cui la forza militare ridefinisce i rapporti tra gli Stati e gli equilibri internazionali. Una dimensione in cui l’aspetto bellico e quello politico si sovrappongono come strumenti di disciplinamento e la forza militare è diventata il pane quotidiano della politica mondiale.
La disputa per l’America latina
In termini generali, l’America Latina rimane un continente in disputa tra la volontà di dominio egemonico degli Stati Uniti ed i tentativi di praticare un’autonomia da Washington.
L’opzione militare è oggi uno strumento esplicito per il dominio della regione. Se fino a pochi anni fa era uno strumento complementare o un potenziale da utilizzare in caso di “emergenza”, oggi è diventato la normalità. In questo contesto, l’America Latina appare vulnerabile, per la mancanza di efficaci meccanismi di deterrenza e di solide strutture di integrazione regionale. Una vulnerabilità strategica, che deve fare i conti con il bellicismo di Washington.
In termini politici, la regione è passata dalla volontà costituente dei primi anni 2000 (con nuove Costituzioni elaborate da Assemblee costituenti) a dinamiche destituenti, con un retrocesso verso le ricette neo-liberiste più estreme. La fase politica è caratterizzata da instabilità, dalla crisi della rappresentanza e la distanza dalla “politica tradizionale”, dalla frammentazione nelle organizzazioni politiche. Una frammentazione che si traduce elettoralmente in una forte dispersione dei voti, lasciando i vincitori senza maggioranze parlamentari e contribuendo in molti casi all’instabilità.
In un quadro di polarizzazione, l’impatto della criminalità organizzata e del narco-traffico, i temi della “sicurezza” (ingranditi ad hoc), la mancanza di politiche migratorie efficaci ed inclusive, la corruzione sono fattori che generano profondo malcontento sociale. E la stanchezza dei cittadini, che non vedono cambiamenti significativi, penalizza i partiti al governo (indipendentemente dalla loro tendenza) e favorisce l’ascesa di “outsider” spuri e figure dell’estrema destra. Il risultato sono le vittorie elettorali delle destre in molti Paesi (Honduras, El Salvador, Costa Rica, Panama, Paraguay, Ecuador, Argentina, Bolivia, Cile, Perù), con quelle tradizionali sussunte da nuove correnti delle destre radicali (Nayib Bukele in El Salvador, Javier Milei in Argentina, José Antonio Kast in Cile).
A sinistra, appaiono i governi “progressisti” del Messico, del Brasile e della Colombia insieme alla resistenza eroica di Cuba. I primi tre Paesi sommano un totale di circa 400 milioni di persone, su un totale continentale di quasi 700. Ma sebbene le principali economie latinoamericane siano governate da governi progressisti (a parte l’Argentina), in un contesto caratterizzato dalle guerre e dai bassi livelli di crescita, le destre radicali hanno acquisito maggiore forza sia al governo, che all’opposizione. A questo ha contribuito in maniera decisiva l’appoggio della Casabianca.
Militarizzazione e “Scudo delle Americhe”
Il 7 marzo 2026, Donald Trump, accompagnato dai Presidenti latinoamericani di destra e di estrema destra, ha annunciato la creazione dello “Scudo delle Americhe”, una coalizione militare che nasce ufficialmente “per combattere il narcoterrorismo, l’immigrazione clandestina, e la presenza di attori ostili (leggi Cina e Russia) nella regione” [i].
In un contesto di relazioni asimmetriche, si tratta di un “consenso condizionato” al potere della Casabianca, che combina allineamento politico, coercizione e approfondimento della dipendenza.
Il tentativo non è nuovo, ma lo “Scudo” prevede una maggiore presenza di personale militare statunitense, in particolare nel Cono Sud. Con la scusa di combattere il narcotraffico (ribattezzato ad hoc come “narco-terrorismo”), questo “ombrello” dà il via a operazioni congiunte di militari statunitensi e forze di sicurezza nazionali dei Paesi che contano sul sostegno degli Stati Uniti.
Operazione “Sterminio totale”
L’amministrazione Trump ha iniziato un’escalation militare in America Latina, inizialmente con attacchi contro presunti cartelli della droga. Si tratta di una campagna diretta in particolare contro Ecuador, Messico e Colombia, con operazioni segrete, bombardamenti terrestri e attacchi contro imbarcazioni civili.
L’ultima di queste operazioni ha avuto luogo a marzo in Ecuador, al confine con la Colombia, sotto il nome di “Operazione Sterminio Totale”, in perfetta “coincidenza” con le elezioni politiche colombiane. Il bombardamento ha provocato la distruzione di un’azienda zootecnica (scambiata per una base di narcotrafficanti) e un numero imprecisato di morti.
Come ha ribadito in una recente audizione alla Commissione forze armate della Camera, Joseph Humire, Sottosegretario alla Guerra con delega alle Americhe, “L’operazione congiunta Sterminio totale è l’inizio di un’offensiva militare dell’Ecuador contro le organizzazioni criminali transnazionali, con il sostegno degli Stati Uniti” [ii].
Operazione “Lancia del Sud”
Dall’agosto del 2025, con il blocco navale statunitense nei Caraibi contro il Venezuela, il mondo è stato testimone dell’operazione marittima “Lancia del Sud”. In spregio al diritto del mare, alle norme internazionali ed alla vita umana, ad oggi la marina militare statunitense ha distrutto circa 50 imbarcazioni in una catena di esecuzioni extragiudiziali (più di 180 persone secondo la AFP), condannate a morte senza processo. Washington sostiene che tutte le vittime erano parte di uno dei gruppi criminali che ha etichettato come “narco-terroristi”, ma si è rifiutata di identificarli e non ha presentato prove per dimostrare che le barche trasportassero droga verso gli Stati Uniti.
Secondo Ben Saul, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e la lotta al terrorismo, questi attacchi sono “esecuzioni extragiudiziali seriali” che violano gravemente il diritto alla vita. Gli attacchi militari fanno quindi parte di una strategia più ampia per recuperare influenza politica sul continente.
Il laboratorio dell’Ecuador
C’è da ricordare che, nel novembre 2025, il governo ecuadoregno di Daniel Noboa era stato sconfitto ampiamente nel referendum che pretendeva riaprire le basi Usa nel Paese. Incurante della sconfitta, il governo ha firmato un accordo con Washington sulla “sicurezza”. Un accordo molto discutibile, visti i legami di Noboa con la criminalità organizzata, tra cui la ‘Ndrangheta, legami che emergono in diversi processi. Dopo aver contrattato i mercenari di Erick Prince (fondatore della famigerata struttura paramilitare Blackwater, oggi nota come Academi), Noboa è stato tra gli entusiasti firmatari dell’accordo militare con gli Stati Uniti. Oggi, personale militare a stelle e strisce partecipa attivamente in operazioni “antidroga”. Come era prevedibile, il risultato dell’operazione congiunta tra Washington e Quito si è tradotto in forti tensioni diplomatiche con la Colombia.
La scelta dell’Ecuador per il lancio dell’operazione “Sterminio Totale” non è casuale. Nell’agosto 2025 il tenente colonnello Phillip Vaughn, comandante di una task force aeronautica, aveva già coordinato esercitazioni per aumentare l'”interoperabilità” tra le forze statunitensi ed ecuadoriane, con “scenari di pianificazione operativa”, “supporto aereo ravvicinato” ed attacchi congiunti [iii]. E lo scorso 2 marzo, poco prima dei recenti attacchi alla frontiera con la Colombia, il generale Francis Donovan, a capo del Comando Sud statunitense, era volato a Quito per incontrare Noboa e gli alti comandi militari [iv]. Nel frattempo, l’FBI ha stabilito una “presenza permanente” nel Paese, affiancando agenti della DEA e del Dipartimento di Sicurezza Nazionale.
Si tratta di una brusca inversione di rotta rispetto al passato. Come si ricorderà, nel 2009 il governo di Rafael Correa aveva chiuso l’importante base militare statunitense di Manta, ponendo fine a un accordo decennale. Una decisione presa in base alla nuova Costituzione del 2008 che vietava basi straniere, decretando la fine del ruolo statunitense nel “contrasto al narcotraffico” nel Paese.
Sul versante politico, per “non disturbare l’attuale manovratore” dopo la vittoria elettorale di Noboa grazie ai brogli, il Tribunale per il Contenzioso Elettorale (controllato da Noboa) ha sospeso per nove mesi (per ora) la personalità giuridica del principale partito d’opposizione, Revoluciòn Ciudadana (RC), legato a Correa. La sospensione impedirà a RC di presentarsi alle prossime elezioni municipali. Parallelamente, continua la persecuzione giudiziaria contro i suoi dirigenti, come l’ex-vicepresidente Jorge Glas (tuttora in carcere con accuse pretestuose) e Andrés Arauz (ex candidato presidenziale), tra gli altri.
Minacce alla pace regionale
L’aumento della militarizzazione desta quindi un forte allarme, soprattutto dopo il criminale bombardamento con decine di vittime ed il sequestro del mandatario del Venezuela, Nicolás Maduro, e della deputata Cilia Flores, lo scorso 3 gennaio. L’aggressione militare contro il Venezuela ha segnato un punto di svolta nei rapporti con le nazioni sudamericane. Sin dai tempi della Dottrina Monroe (1823) ci sono sempre state ingerenze più o meno sfacciate, ma non si era mai arrivati a bombardare direttamente una capitale sudamericana. L’aggressione militare al Venezuela, insieme alle minacce aperte contro Cuba e la Colombia, è anche un avvertimento per qualsiasi governo che sfidi l’obiettivo egemonico degli Stati Uniti.
Parallelamente allo “Scudo”, gli Stati Uniti stanno stringendo accordi bilaterali di sicurezza con diversi Paesi. La tensione tra Ecuador e Colombia è già parte di questo quadro. Oltre alla storica presenza militare statunitense in Colombia (con sette basi), in Honduras, e quella rinnovata a Panama, il Paraguay ha appena firmato un accordo che consente la presenza e l’installazione di basi militari sul proprio territorio [v]. Secondo il testo dell’accordo “Al personale degli Stati Uniti saranno concessi privilegi, esenzioni e immunità equivalenti a quelli concessi al personale amministrativo e tecnico delle missioni diplomatiche ai sensi della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche”. I militari statunitensi potranno operare liberamente ed impunemente e se uno di loro commette un crimine nel Paese, verrà punito negli Stati Uniti [vi]. In Italia, qualcuno ricorderà la Strage del Cermis, del 3 febbraio 1998, quando un aereo militare statunitense, decollato dalla base di Aviano, tranciò il cavo di una funivia, causando 20 vittime. L’evento causò forte indignazione ed un caso diplomatico tra Italia e USA, visto che i piloti statunitensi furono assolti in patria per l’omicidio colposo.
Non c’è dubbio che la presenza militare statunitense aumenta la possibilità di conflitti e tensioni. Aumentano anche i rischi per le democrazie latinoamericane, viste le minacce di interferenze dirette nei prossimi processi elettorali in Colombia e Brasile. Nel primo, il candidato delle sinistre, Iván Cepeda, ha buone possibilità di vittoria il prossimo 31 maggio. Ed in Brasile, il Presidente Lula affronta una campagna elettorale in salita per la sua rielezione ad ottobre.
A riprova dei rischi per la democrazia, nel dicembre 2025 in Honduras ci sono state elezioni platealmente truccate che hanno portato al governo Nasry Asfura (del Partido Nacional), un alleato di Trump. E anche qui, dopo i brogli elettorali, è partita la repressione di alcune figure della sinistra che si erano opposte al golpe elettorale come Marlon Ochoa, consigliere del partito Libre nel Consiglio Nazionale Elettorale ed altri. Ed è un segreto di Pulcinella la volontà della classe dirigente honduregna di proscrivere Libre, al governo fino alle ultime elezioni.
La dottrina “Donroe”: una guerra infinita ?
L’attacco degli Stati Uniti all’emisfero occidentale rientra in quella che la Casa Bianca ha ribattezzato “Dottrina Donroe”, un aggiornamento della Dottrina Monroe del 1823, che nel passato voleva impedire l’ingerenza europea in America. Viceversa, la versione di Trump inverte il principio: auto-concede agli Stati Uniti il potere di intervenire militarmente nella regione.
La loro “Strategia di Sicurezza Nazionale”, pubblicata alla fine del 2025, definisce il “corollario Trump” come un “potente ripristino del potere e delle priorità americane”, basato sul “riallineamento della nostra presenza militare globale per affrontare le minacce urgenti nel nostro emisfero” [vii]. Lo stesso Sottosegretario alla Guerra, Humire, ha definito il “perimetro di sicurezza immediato” come la fascia “dall’Alaska alla Groenlandia nell’Artico, al Golfo delle Americhe (in realtà Golfo del Messico NdA) ed al Canale di Panama e ai Paesi circostanti” [viii]. In linea con questa visione, Trump ha minacciato di lanciare attacchi militari contro Cuba ed il Messico, mentre quest’ultimo è impegnato in un negoziato per il rinnovo dell’accordo commerciale T-Mec (il vecchio NAFTA) con gli Usa ed il Canada.
L’escalation di Trump incombe anche sulla Colombia, con le minacce di un’azione militare. A Bogotá hanno fatto scattare l’allarme le rivelazioni su possibili accuse di narcotraffico contro il Presidente Gustavo Petro (o il suo successore in caso di vittoria delle sinistre), lo stesso pretesto utilizzato per giustificare il sequestro del Presidente venezuelano Nicolás Maduro. Quando a gennaio è stato interrogato sulla possibilità di attaccare la Colombia, Trump ha risposto con un avvertimento: “Per me va bene.”
La guerra commerciale tra Ecuador e Colombia
Alle minacce militari, si è aggiunta la guerra commerciale tra Ecuador e Colombia, iniziata da Quito, secondo cui la Colombia non rispetta gli impegni in materia di sicurezza lungo il confine comune, afflitto dalla criminalità organizzata e dal narco-traffico. A febbraio, il governo Noboa, sotto dettatura della Casabianca, ha deciso di raddoppiare la «tassa di sicurezza» applicata ai prodotti colombiani. In risposta, il governo colombiano ha annunciato un aumento dei dazi sulle importazioni provenienti dall’Ecuador, portando l’aliquota dal 30 al 100%.
Mentre Quito usa il conflitto per distogliere l’attenzione dalla propria crisi di sicurezza interna e dal narco-traffico, la guerra commerciale ha ripercussioni dirette e gravi conseguenze per l’Ecuador, che dipende strategicamente dalla Colombia per l’energia elettrica, gli idrocarburi e i prodotti manifatturieri. Si tratta di una rottura che allontana l’integrazione regionale, mentre la Colombia cerca nuovi partner commerciali.
La tensione commerciale coincide anche con una rottura delle relazioni diplomatiche. Il presidente Gustavo Petro ha recentemente definito l’ex vicepresidente ecuadoregno Jorge Glas un «prigioniero politico», dichiarazione che Noboa non ha gradito.
All’assalto di Cuba
Dalla vittoria della rivoluzione nel 1959, Cuba vive sotto l’assedio permanente del governo degli Stati Uniti, che hanno intensificato le minacce negli ultimi mesi. Mentre la guerra di aggressione all’Iran ha l’attenzione mondiale, Washington ha imposto un blocco petrolifero all’isola che le Nazioni Unite hanno definito “una grave violazione del diritto internazionale”, provocando una crisi umanitaria. Una punizione collettiva, un atto illegale e disumano, in spregio al diritto internazionale, condannato da anni dalla stragrande maggioranza dei Paesi in sede ONU.
Lo scorso 29 gennaio è stato decretato l’ulteriore strangolamento con l’Ordine Esecutivo della Casabianca, che dichiara Cuba una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Mentre Trump ha affermato che avrebbe imposto dazi e sanzioni a chiunque avesse fornito petrolio all’isola, il popolo cubano continua ad affrontare la dura realtà con una resistenza esemplare.
Al criminale blocco energetico, che aggrava la politica genocida degli ultimi sessant’anni, si aggiungono le dichiarazioni del governo statunitense su una possibile aggressione militare per ottenere un “cambio di regime”. Alla minaccia militare della Casabianca, il presidente cubano Díaz Canel, ricordando Playa Girón, ha risposto con un avvertimento: “Gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare una resistenza inespugnabile”.
In questo contesto, la solidarietà di Paesi come la Colombia, il Venezuela, il Brasile ed il Messico è stata fondamentale, ma la minaccia di sanzioni potrebbe frenare queste iniziative. La Presidente del Messico, Cláudia Sheinbaum ha inviato diverse navi con materiale medico, medicinali e generi alimentari, ma ha dichiarato di non poter continuare a inviare petrolio perché il Messico non potrebbe sostenere un aumento dei dazi da parte degli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il Brasile, il governo di Lula ha inviato sia generi alimentari, che medicinali. Ma, secondo il teologo Frei Betto, “per quanto riguarda il petrolio abbiamo le mani legate, perché Fernando Henrique Cardoso (ex Presidente) ha privatizzato una parte di Petrobras che ora è sotto l’amministrazione della Borsa di New York” [ix].
Divide et impera o integrazione regionale ?
A differenza del passato, oggi nessuno dei Presidenti al governo nella regione è sufficientemente forte e con volontà politica per guidare un processo di integrazione regionale per uscire dall’impasse della dipendenza e dallo “sviluppo del sotto-sviluppo”. Come si ricorderà, nel passato recente (il cosiddetto decennio d’oro) diversi sono stati i tentativi di dare corpo a politiche di integrazione continentale, indipendentemente dal tipo di governo in carica. Come architettura istituzionale, si erano creati la CELAC, UNASUR, ALBA, organismi visti come il fumo negli occhi da Washington che, da subito, ha lavorato per affossarli.
Oggi, la Casabianca annuncia negoziati commerciali bilaterali con i Paesi della regione, con una logica che frammenta e allinea ideologicamente, vanificando qualsiasi tentativo di integrazione regionale autonoma. Allo stesso tempo, Washington propone un accordo commerciale nel settore dei minerali strategici per contrastare la Cina. Il primo di questi accordi bilaterali è stato firmato pochi giorni fa dal governo cileno del nostalgico pinochetista José Antonio Kast, parallelamente ad un altro sulla “sicurezza”.
Anche in Bolivia, dopo la vittoria di Rodrigo Paz, il governo boliviano sta lavorando ad accordi con gli Stati Uniti, che cercano di mettere le mani sull’industria nazionale del litio, fondamentale per la transizione energetica.
Ma oltre alla pesante ingerenza statunitense, la mancanza di volontà e di capacità politica frammentano la cooperazione e rendono difficile affrontare problemi comuni. Questo quadro complesso alimenta l’instabilità politica nel continente con la maggiore disparità di reddito al mondo.
In conclusione
La storica sfida per i Paesi della regione è quella di liberarsi dai nuovi vincoli coloniali che impediscono di agire insieme, nonostante le differenze politiche. Mentre Brasile, Messico e Colombia compiono gesti isolati che non si concretizzano in una politica comune, il resto dei Paesi oscilla tra la sottomissione e la retorica nazionalista senza risvolti pratici.
Ci sarebbe un urgente bisogno di una svolta de-coloniale in tutti gli ambiti. È la sola possibilità che ha questa regione (saccheggiata prima dalle potenze coloniali europee e poi da quella statunitense) affinché le proprie risorse ed il proprio destino rimangano nelle mani dei suoi popoli. Occorre volontà politica, ma anche il coraggio di andare in controtendenza per ricostruire i meccanismi di integrazione che nel recente passato hanno permesso un maggior coordinamento e di immaginare un destino comune.
NOTA: una versione di questo articolo è stata pubblicata sul mensile Lavoro&Salute di maggio 2026
Note sull’America Latina – Lavoro & Salute – Blog
[i] https://marcoconsolo.altervista.org/scudo-delle-americhe-la-retroguardia-servile-nella-regione/
[ii] https://www.eluniverso.com/noticias/internacional/operacion-exterminio-total-la-estrategia-inicial-de-estados-unidos-para-acabar-con-carteles-de-latinoamerica-nota/
[iii] https://misionverdad.com/traducciones/pentagono-revela-que-sus-ataques-en-america-latina-son-solo-el-principio
[iv] https://www.southcom.mil/News/PressReleases/Article/4419140/gen-donovan-visits-ecuador/
[v] https://www.brasil247.com/blog/acordo-do-paraguai-com-os-eua-permite-matar-e-destruir-e-o-que-nos-ronda
[vi] Ibidem
[vii] https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf
[viii] https://www.southcom.mil/MEDIA/NEWS-ARTICLES/Article/4437091/war-department-senior-leaders-prioritize-western-hemispheric-security/
[ix] https://www.brasildefato.com.br/podcast/brasil-de-fato-entrevista/2026/04/02/frei-betto-minha-previsao-e-de-que-nao-havera-ataque-belico-dos-eua-a-cuba/
